UN ESERCITO DI POPOLO PER LA FORMAZIONE DEL CITTADINO-SOLDATO

Categorie:Storia
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“Vedo molti soldati, potessi vedere molti guerrieri!”

Nietzsche

Se nei decenni passati dominati dall’equilibrio del terrore l’ipotesi di un conflitto “tradizionale” appariva una follia in quanto avrebbe portato l’intera umanità all’olocausto nucleare, con la fine della “guerra fredda” il procedere spietato, inesorabile ed aggressivo del piano sinarchico di globalizzazione ha di nuovo fatto della guerra una realtà viva, presente nella storia e nel destino dei popoli. Non a caso tali moderni conflitti sono combattuti, dalle potenze del blocco atlantico, da un numero estremamente ridotto di specialisti-mercenari, ciechi strumenti, peraltro ben pagati, delle decisioni politiche prese dai poteri mondialisti massonico-finanziari che oggi dettano legge. La scomparsa di un esercito di popolo, insieme al dilagare di una pseudocultura antimilitarista ed ipocritamente pacifista, ha viepiù determinato una opposizione irriducibile tra l’elemento “civile” e quello “militare”, rivendicando al primo, (sempre comunque in nome degli “immortali principi” del 1789..) ogni diritto ed ogni dignità, riservando al secondo una mera funzione tecnica e strumentale; di fatto estromettendolo da ogni possibilità di interagire con il tessuto vivo delle nazioni.    Quando si afferma la necessità di tornare ad un esercito di popolo, non si vuole né proporre la caserma come ideale di vita, né militarizzare l’intera esistenza, ma unicamente evidenziare l’irrinunciabile funzione normativa ed educatrice dei valori militari nei confronti del popolo; verità già a suo tempo lucidamente espressa in Germania negli anni 30’: “mancando l’educazione militare viene ad essere soppressa l’unica istituzione che in tempo di pace è in grado di recuperare ciò che si perde a causa dell’educazione moderna”.

La cultura, così come la si concepisce oggi, ha infatti in vista non la formazione profonda del carattere dell’uomo, ma principalmente l’inserimento nel modo più redditizio e tecnicamente concorrenziale nelle varie attività lavorative; da qui il carattere esterno, meccanico, superficiale di tale pseudo-cultura, parcellizzata e frantumata in molteplici specializzazioni, inaridita da un tecnicismo sempre più spinto e disumanizzante, avente come fine la strumentalizzazione pratico-utilitaristica di ogni sapere. E’ inutile sottolineare gli effetti devastanti di tale “deculturizzazione” sulle generazioni più giovani, dato che questi sono sotto gli occhi di tutti; ed è proprio il ritorno a valori “eroici” ed anti borghesi ciò che può contrastare tale vuoto. Nell’ essere “soldato” è da vedere l’irrinunciabile occasione per realizzare la maturità dell’uomo, il terreno naturalmente più adatto per assimilare la cultura come formazione del carattere, come disciplina dell’animo, facendo cadere l’accento non più su valori edonistici o bassamente materiali, ma su quelli dello Spirito, non più sull’ egoistica volontà di “consumare, ma sulla disponibilità ad “essere consumati” nel sacrificio del proprio essere.
Il giovane, infatti, acquisisce la maturità virile, diventa uomo, non nella famiglia, base necessaria ma non sufficiente, né da solitario, né tantomeno in una libertà anarchica ed inappagante che vuole solo il soddisfacimento dei propri piaceri in nome di un consumismo ossessivo e sfrenato.

La maturità del giovane si manifesta nella appartenenza ad una comunità di popolo, che sviluppi in un confronto, in una precisa assunzione di ruoli, i valori virili: onore, fedeltà, coraggio, lealtà, impersonalità, stile di vita severo, nudo, essenziale, come manifestazione non di un “apparire” ma di un “essere”; rapporti chiari, saper comandare e saper obbedire, assumendosi del primo la responsabilità e del secondo la capacità al sacrificio. In tali valori, realmente “civili”, si manifesta la potenza, la dignità e la libertà dell’uomo; e nell’assunzione di tali valori, nelle civiltà tradizionali, si caratterizzava il passaggio e l’appartenenza al mondo propriamente “virile”, visto come uno “stacco” ed un “di più” rispetto alla precedente condizione di libertà individualistica. L’entrare in tale ordine, il “mannerbund”, rivestiva un caratteresacro veniva considerato come un rinascere, ed era accompagnato da riti di iniziazione che dovevano testimoniare le più alte doti di coraggio, di forza d’animo, di resistenza fisica e spirituale. Riguardo al rapporto organico tra sfera politica e militare uno tra i più istruttivi esempi ci è dato dalla romanità. Roma è la civiltà che si afferma fin tanto che esiste l’identità più assoluta tra mondo politico e mondo militare. L’organizzazione dello stato romano comporta che la responsabilità politica si determina attraverso la partecipazione alla sfera militare; e ciò non come dovere o imposizione, ma come diritto e privilegio; per cui magistrati e senatori sono prima di tutto ufficiali e generali e solo chi versa il proprio sangue per la Patria può esercitare il comando. Una delle cause, e non certo tra le meno importanti, della decadenza dell’Impero, fu quando in seguito ad influenze esogene, orientali e semite, venne a mancare l’identità della relazione cittadino-soldato, e le virtù dell’uomo, non più temprate dalla dura disciplina delle legioni, si infiacchirono e si svilirono nell’individualismo, nell’egoismo ed in un misticismo vago, confuso, sentimentale e plebeo, rinnegando la vita in nome di un “al di là”. Il famigerato “date a Cesare quel che è di Cesare, ed a Dio quel che è di Dio”; veniva a distruggere il carattere sacro dello Stato e la profonda ragion d’essere del lealismo che cementava in un blocco unico, con il “sacramentum fidelitatis” l’Imperatore al popolo ed alle legioni.
Un’ ultima considerazione va sottolineata. Spesso, nel corso di vicende drammatiche, fu proprio l’elemento militare e guerriero che si fece portatore di quei valori di civismo e di disponibilità al sacrificio che sono stati la base della potenza romana. Esemplare a tale proposito è la lettera che l’Imperatore Claudio inviò al senato ed al popolo romano in occasione di una memorabile invasione di barbari, e che qui si riporta, insieme al commento di Gibbon. (E. Gibbon, Decadenza e Caduta dell’Impero Romano). “Padri conscripti” dice l’Imperatore, “sappiate che trecentomila Goti hanno invaso il territorio romano, se io vinco, la vostra gratitudine ricompenserà i miei servigi…tutto l’Impero è affaticato ed esausto, manchiamo di lance, di dardi, di scudi…qualunque cosa faremo sarà abbastanza grande” –lo stile fermo e malinconico di questa lettera annuncia un eroe che non si cura della propria sorte, è conscio del pericolo, ma ritrova ancora nelle risorse del suo spirito una ben fondata speranza.

VIATOR


Guardia pretoriana

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