Prospettive

Categorie:Filosofia
admin

Aprire, non chiudere gli orizzonti! Questa sia la parola d’ordine! Oggi, tutto tende all’opposto: tutto tende alla limitazione, alla esclusione, alla pietrificazione, alla morte del significato
Che senso ha oggi l’uomo per l’uomo? Che senso il suo nascere? Il suo morire? Il suo amare? Il suo lottare? Nessun senso. Tutto è divenuto spettrale, torvo, ligneo, sinistro, buio. La vita umana è divenuta una piccola cosa, un piccolo respiro strozzato. Che ne è di quel senso di grandezza, di giunger qui da lontano, da altre rive, da altri mari, “infinite sono le vite che io vissi, infinite le morti in cui morendo rinacqui, di forma in forma, di luce in luce, nelle vie d’in alto e nelle vie d’in basso, dall’infinito verso l’infinito?” Tutto ciò è morto; tutto ciò è passato nel ghigno di un pallido mito. Come un troncone tagliato fuori dal tutto, l’uomo si trova qui: la sua nascita è il suo principio; la sua morte è la sua fine; i1 suo mondo – questo mondo – è tutto il mondo, e nell’“al di là” egli ne proietta gli spettri, le speranze, le creature tutte delle febbri di questo.
Nessun ricordo dei mondi senza numero, delle infinite forme e possibilità di coscienza da cui si è tagliato fuori, e di cui il suo “tutto” bipartito non esaurisce, con i suoi soli e le sue vie lattee, con i suoi “paradisi” e i suoi “inferni”, che un misero, ischeletrito aspetto!
Spezzato cosi il ritmo, chiusi i contatti, distrutte all’occhio le grandi distanze, chiuso al petto il grande respiro, è fatale che tutto divenga congestivo, agitato, violento, disperato. Ogni cosa si soprasatura di febbri insane; ogni campo, di azioni disordinate: ogni volto si muta in un ghigno disperatamente pavido del brano della piccola vita che l’uomo ha carpita.
E il terribile potere che ha lo spirito di distruggere sé stesso si esercita a pieno. Con la storia sincopa la durata e sbarra con una superstizione di tenebra ogni passato di la dallo scorrere di qualche migliaio d’anni. Con la filosofia e la cultura crea il mito di unsapere che viene dall’uomo – o, con la religione, quello di un sapere che viene da “Dio”- e svanisce nel buio la visione superiore,trascendente, non-umana, che generò e resse le grandi, levere tradizioni. Con la morale adula e rinsalda le catene, e batte il tempo al piccolo gregge in corsa e in ressa dietro alle chimere del“progresso” e del “servigio sociale”. Con la scienza, scagliando nei cieli in terra e in mare enti di metallo, allucina l’uomo nel miraggio di un potere fatto a che gli si spenga ogni ricordo della potenza vera, della potenza spirituale prorompente nel mondo della natura. Con la politica infine, chiude definitivamente la rete e impasta sporche amalgame d’uomini senza nome per l’aggregato dell’ultima limitazione.
Riaprire gli occhi; scuotersi dall’incubo sinistro; salvare l’uomo da questa agonia! Esiga pur questo la più radicale delle distruzioni! Tutte queste piccole strida, tutti questi piccoli brividi di liberazione, tutti questi appelli d’esaltazione o di deprecazione, di progresso o di ritorno, comprenderlo: è isterismo, è il voltarsi da una parte e dall’altra del malato insonne e febbrile, che non lascia il suo letto d’oscura agonia. Il principio, è la distruzione del mito umano.
Il principio, è la riconquista della coscienza cosmica. Il principio, è il ritorno dell’uomo nell’ordine delle cose che sono cose che sono,, là dove vivono le grandi forze e le grandi luci, là dove, reintegrato, immemore del triste sogno, egli potrà dire: 
” Mai tempo fu, in cui non fui, e mai tempo sarà, in cui cesserò di essere. Io sono l’ieri, l’oggi e il domani e il signore della rinascita. Conosco gli abissi, è il mio nome
.

Dalla Rivista “La Torre”
a cura di J. Evola – anno 1929 n. 2

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