Navigare necesse est

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Navigare necesse est

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Il potere marittimo di Roma: navigare necesse est.

Roma sviluppò il suo dominio continentale non solo attraverso la terra ferma; il mare, che la distanziava solo pochi chilometri dalle proprie mura, contribuì notevolmente all’assetto e alla determinazione di nuove e più vaste frontiere; il Senato, che non tardò molto a considerare un nuova struttura di sicurezza nei confini, imponeva che bisognava prevalere sull’elemento protetto dal dio Nettuno.
Prima di iniziare a navigare lungo le coste, i Romani, si attivarono con la navigazione fluviale; il Tevere, era per i suoi abitanti non solo una via di comunicazione ma anche oggetto di culto per i riti religiosi. Il principale fiume dell’Urbe che aveva visto nascere Roma, aveva avuto un ruolo di primo impatto nella scuola di marineria per i propri figli e, aveva costituito, da sempre e, al bisogno, un’importante fonte vitale nei rifornimenti commerciali e militari della città.
Roma, conscia della sua crescente potenza, non poteva essere irriverente verso i Numi che la proteggevano, e considerava eminente l’idea che il potere militare non doveva essere disgiunto da quello economico per affermarsi ed imporsi anche sul mare, futuro Mare Nostrum.
Le milizie romane, che per lungo tempo avevano vissuto le loro “gesta” legate nelle esperienze con la terra ferma, dovevano adattarsi a nuove esigenze.
“Navigare necesse est” *; con questo incitamento Roma muoveva verso una nuova avventura di conquista. È sul mare che Roma veniva chiamata ad operare per dimostrare la sua capacità ingegneristica, nelle costruzioni e nell’abilità di comando delle proprie navi.
Quando l’Urbe sentì la necessità di allargare i propri confini dopo la conquista di Taranto (270 a.C.)… de finibus terrae, capì che era giunto il momento di dover sfruttare al meglio il proprio impegno strategico con la marineria militare, chiamando sulle proprie navi comandanti ed equipaggi provenienti dalle coste laziali e, comunque da marinerie che potevano vantare una già consolidata esperienza; il tutto, senza dimenticare che il potere marittimo era esclusivamente e necessariamente prerogativa del massimo livello politico romano: il comando delle flotte spettava unicamente a comandanti romani.
Inizialmente, i romani, a differenza di altre popolazioni del mediterraneo, non legarono il loro potere marittimo per ambizioni egemoniche, ma per uno scopo più pacifico, connesso soprattutto alla sopravvivenza e al commercio. Si ricordano, a tal proposito, le tante opere marittime da loro stessi edificate: porti, con particolari infrastrutture ingegneristiche, canali (un classico esempio quello di Ostia), fari, banchine o magazzini per lo scarico o la conservazione delle merci. Addirittura, in molti porti della riviera laziale era già possibile trovare impianti per la pescicoltura (attività che solo negli ultimi decenni dell’era moderna ha ripreso vigore!), di cui ad oggi ne rimangono ben conservate tracce.
Dunque, Roma che aveva visto nascere una sua flottiglia (275 a.C.), adibita essenzialmente a scopi commerciali, con il passare degli anni, dovette accorgersi che per poter difendere i propri traffici economici dalle incursioni di pirateria, doveva dotarsi di navi da guerra atte ad affrontare la supremazia navale della più potente flotta: quella cartaginese.
Il problema cartaginese, si presentò al Senato nell’anno 268 prima dell’era volgare, essendo giunte a Roma richieste di aiuto da parte della città di Messina, occupata dai punici. I romani, che da qualche anno, dopo la guerra tarantina, avevano assunto il pieno controllo su tutta la penisola Italica, vedevano pericolosa la presenza navale di Cartagine appena al di là dello Stretto. A quel punto, il Senato, trovò il pretesto per considerare decaduta l’alleanza pattuita pochi anni prima con i punici, visto che gli stessi avevano comunque portato aiuto alla città di Taranto con la loro flotta contro la stessa Roma.
Oggi, gli storici sono concordi nel pensare che la decisione di Roma ad intervenire era soprattutto legata al risultato finale che essa voleva conseguire anche se presupponeva un notevole impegno bellico e perciò economico oltre ad un adeguamento non facilmente conseguibile in un breve periodo: la supremazia data dalla tecnica e dalla esperienza con la quale da anni la flotta cartaginese spadroneggiava, non solo lungo le rotte siciliane ma anche sulle principali direttive di traffico mercantile del Mar Tirreno diventava sempre più temibile e preoccupante. Roma, con l’audace ed usuale spirito d’intraprendenza che la legava alle popolazioni amiche che chiedevano soccorso, si apprestava con forza e determinazione a combattere, dopo la vittoria navale conseguita nelle acque delle isole Egadi che concludeva la Prima Guerra Punica (264 a.C.), anche sull’isola che già allora poteva configurarsi sinonimo di superiorità strategica per la sua collocazione al centro del Mediterraneo: la Sicilia. La decisione di Roma di conquistare la maggiore e più ricca isola mediterranea era suggerita non solo per allargare i confini del proprio territorio ma soprattutto per conseguire l’egemonia sul mare, liberandosi così da certi condizionamenti che gli venivano imposti; ricordiamo infatti che già nel primo anno della repubblica, Roma aveva dovuto firmare nel 509 a. C. il primo trattato navale con Cartagine e che aveva comportato vincoli e restrizioni nei traffici romani diretti in Sardegna, in Africa e nella penisola Iberica.
La potenza romana, visti i suoi crescenti traffici commerciali, non poteva più sottostare alle continue imposizioni di divieti lungo tutte le coste mediterranee.
Era ormai inevitabile un nuovo scontro contro Cartagine e Roma sapeva che l’esito positivo di una vittoria significava avere in pugno anche le altre isole maggiori come la Sardegna e la Corsica.
Per colmare la disparità che si evidenziava tra la giovane flotta romana e la potente e più preparata flotta cartaginese, sicuramente occorrevano anni.
Il Senato aveva stabilito che la nascente forza navale, doveva avere il suo centro di comando operativo ad Ostia. Consapevole della superiorità della flotta punica, Roma, intuì che il divario nelle forze, poteva essere affrontato agendo per gradi; bisognava, in primis, radunare con la flottiglia già esistente, le navi catturate ad Anzio ed in tutte le marinerie della Penisola che, insieme con gli equipaggi, avrebbero potuto costituire una primo assemblaggio per la neo forza navale.
Ma Roma, conscia ancora della impari forza (si ricorda che la flotta punica era sostenuta da possenti quinqueremi, mentre in quella romana, inizialmente si potevano contare solo triremi), seppe unire all’ingegno, l’astuzia e, attivata una formazione navale, composta da navi mercantili ristrutturate per ospitare truppe legionarie e triremi con il compito di protezione, decise di fare gli spostamenti prevalentemente di notte. Fu usando questa strategia che le truppe romane poterono passare lo Stretto e sbarcare a Messina nel buio senza essere scoperte.
Il passo più importante era stato fatto. Lo sbarco in Sicilia mise allo sbando i cartaginesi. Il Console Appio Claudio ruscì ad occupare Messina con facilità (264 a.C.). Ma i cartaginesi non si diedero subito per vinti. Roma a quel punto, per consolidare le proprie postazioni nell’isola, diede prontamente sfogo ad una abile mossa politica. In pochi mesi riuscì a crearsi una valida alleata: Siracusa.
Nel 263 a.C. Gerone, che da tempo cercava un preciso sostegno contro l’occupazione cartaginese della Trinacria, divenne il nuovo alleato e mise a disposizione di Roma la propria flotta contro quella punica. L’esperienza che Roma aveva nell’arte bellica suggeriva che una battaglia vinta non significava aver vinto una guerra. Contro Cartagine, che continuava ad avere avamposti nella Sicilia, il Senato approntò nell’arco di un lustro una nuova flotta.
Le vaste abetaie che arricchivano la terra italica dalla Calabria all’Abruzzo, servirono sicuramente all’uopo. Roma in pochi anni, riuscì a varare con l’aiuto di validi costruttori delle superbe quinqueremi (copiate da modelli nemici) munite di potenti rostri a prua, per le quali erano state concepite i così detti “corvi”: torri, alle cui estremità erano stati ingegnosamente predisposti dei ponti levatoi che venivano azionati quando, dopo l’abbordaggio delle navi nemiche, venivano incitate all’arrembaggio le truppe romane che potevano così continuare il loro primato per le battaglie di corpo a corpo.
Quando la flotta fu pronta (261 a. C.) con più di cento navi, il Senato dispose subito per il suo invio in Sicilia e, a Milazzo, un anno dopo, la flotta cartaginese venne annientata. A questa vittoria ne seguirono altre per la conquista della Sardegna e della Corsica.
Si aprì nel 260 a.C. una intensa fase della Prima Guerra Punica: l’assedio da parte dei romani di Lilibeo ovvero dell’attuale città di Marsala, che i cartaginesi avevano fondato perché consci che, la punta estrema occidentale della Sicilia, era una preminente risorsa strategica per il predominio militare della zona.
I romani attaccarono la città non solo con la flotta ma anche via terra con forze terrestri composte per lo più da mercenari. Si apriva in Sicilia un nuovo scenario che vedeva i cartaginesi limitati nel controllo dell’isola nel tratto di costa che fronteggiava l’Africa da Trapani a Heraclea. Roma, dopo aver conquistato Agrigento e la parte centrale della Sicilia era giunta a Palermo; ma l’isola, in quel periodo, fu soprattutto controllata da Gerone II di Siracusa, alleato con Roma, a cui forniva un aiuto logistico non indifferente. D’altra parte ormai per Roma era preminente l’idea di giungere alla fine della guerra che poteva durare a lungo con la conquista dell’isola e lo sbaraglio dei nemici. I cartaginesi dovevano esser messi in condizione di non nuocere; perciò senza alcun porto da gestire nell’isola e tanto meno i romani dovevano sentirsi in grado di combattere in Africa senza sentire di essere colpiti alle spalle dal nemico. Il console Marco Attilio Regolo sbarca presso Tunisi a Capo Bon (255 a.C.). Gli elefanti e le cavallerie cartaginesi ebbero però la meglio e l’esercito di Regolo venne distrutto. Da qui in avanti la guerra conobbe vicende alterne. Nel 242 a. C. l’aristocrazia romana, finanzia la costruzione di una nuova flotta che vince alle isole Egadi e conclama la resa di Cartagine. L’oligarchia di Cartagine firma una pace onerosa: evacuare la Sicilia e pagare un tributo di 3200 talenti.

Lupus

*celebre frase di Pompeo Magno

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