La consacrazione dei Re e lo Spirito Santo

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La consacrazione dei Re e lo Spirito Santo Un articolo di “Argos” dal titolo Du Sacre des Rois et des Dons de l’Esprit Saint uscito sul numero di marzo de “Le Voil d’Isis”, potrebbe essere segnalato per vari spunti interessanti, se da noi, in cui pur si ostenta un ottuso ed ipocrito rispetto per il cattolicesimo, vi fosse ancora una qualche sensibilità per un ordine superiore di cose trascendenti.

La cerimonia tradizionale della consacrazione dei Re, quale lo stesso cattolicesimo l’ha conservata, nel suo principio, ha il valore di un’azione reale, oggettiva, efficace, e non si riduce per nulla ad una mera “cerimonia” più o meno teatrale, come è divenuta col decadere delle caste sacerdotali, e quale gli spiriti positivi e profani l’intendono.
Per lumeggiare la cosa occorrerebbe inoltrarci in un ordine di considerazioni che, esposte succintamente, si presterebbero troppo ad essere fraintese. Possiamo indicare però la base che non è la “fede”, ma la conoscenza reale dell’esistenza, dietro e fra le trame degli avvenimenti fisici, di influenze che si possono ben a ragione chiamare “spirituali”, influenze imponderabili, misteriose ed inafferrabili, il cui regno, nell’uomo, comincia là dove finisce quello della normale ed ordinaria coscienza distinta, ed il cui ruolo, nello svolgersi delle cose, è infinitamente più grande di quel che, per loro fortuna gli spiriti positivi e profani possono mai sospettare.
L’espressione “spirito santo” che oggi non vale più che come una vuota astrazione teologica del cattolicesimo o ad una credenza devota, è da riportarsi ad un ordine superiore di siffatte “influenze spirituali” e dunque non si lascia indurre all’idea creata da una singola religione quale è il cattolicesimo.
È inutile qui riportare diversi nomi con cui in diverse razze e tradizioni, anteriori al cattolicesimo, è stata designata la stessa cosa. Ora, la funzione tradizionale del rito è sempre stata quella di esercitare su quelle influenze un azione determinata, di attrarle o di respingerle, di produrre in loro un determinato orientamento, di consacrare con esse determinati ambienti, cose, o persone. Il rito appare dunque, come una vera e propria scienza operante sullo spirito secondo rapporti oggettivi ed efficaci allo stesso titolo di quelli che la tecnica moderna ha con le forze naturali.
Tradizionalmente, l’efficacia del rito ha però una condizione; la dignità adeguata in coloro che lo compiono. Non è qui possibile precisare il concetto, v’è solo da dire che questa dignità non viene da una qualità semplicemente morale, umana ed ovviamente neanche dall’esteriorismo di un grado. Questa verità deve essere sottolineata, perché siamo convinti che da tempo oramai nelle gerarchie della religione venuta a prevalere in Occidente manca chi sia qualificato in modo adatto a fare del rito qualcosa in più di una vuota e superstiziosa sopravvivenza sulla quale ha facile presa il giudizio profano.
Ciò premesso, l’importanza dei riti tradizionali di consacrazione dei Re, sta nel fatto che essi ci dicono che nell’antica idea dei Capi era compreso molto più che non un potere semplicemente materiale, temporale, politico. Il rito investe il Re di “spirito santo”: solo allora egli è veramente un Re. Allora egli ha le “chiavi del regno dei cieli” e il potere di cui è portatore non è più un poter semplicemente umano. Nel rituale, rileva Argos, il Re prima della cerimonia veste un “abito militare” e solo successivamente prende un “abito regale” e va a porsi in un “luogo elevato”. Ciò conferma appunto il fatto che è l’aggiungersi di un elemento “sacro” mediante il rito ciò che propriamente conferisce al Re l’effettiva regalità. Il Re è qualcosa più che non un uomo. Il problema del rapporto che intercorre fra l’individualità del Re e quella forza dello spirito è degno di considerazione. L’autore dell’articolo, qui, malauguratamente, nella soluzione di questo problema non va oltre una visione esclusivamente religiosa; per cui egli ritiene la sacralità del Re come un valore inferiore e subordinato rispetto a quello dell’autorità sacerdotale. Questo stesso è il punto di vista cattolico, che però non è per niente il punto di vista di altre superiori ed anteriori tradizioni, più compenetrate dal senso guerriero e virile dello spirito.
Anche su questo non possiamo dilungarci, ma si può rilevare che perfino in una tradizione in cui le caste sacerdotali ebbero un grande prestigio, come quella upanishadica, si trova detto, in un testo, che nel momento della consacrazione il sacerdote venera umilmente i Re, perché essi vanno a corrispondere alle più alte gerarchie divine; ricordiamo altresì la tradizione romana, nella quale l’investitura Cesarea avveniva in assenza di qualunque casta sacerdotale. Il senso di ciò è che se le caste sacerdotali possono, e non sempre, considerarsi come le depositarie dello spirito consacrante, questo spirito, tuttavia, quando investe un essere qualificato secondo virtù di forza e di pura virilità, (ecco il senso simbolico delle vesti guerriere, rivestite prima di quelle regali,) viene ad una “esaltazione”, ad una maggiore individuazione, tanto da costituire una forma superiore a quella, per così dire, diffusa, impersonale e priva di centro affermativo, che è da riferirsi alla spiritualità sacerdotale. Può dirsi, in altri termini, che il Re ed il sacerdote corrispondono rispettivamente al polo attivo, virile, ed al polo passivo, femminile, nei riguardi del rapporto con lo spirito e delle influenze sottili ed efficaci che vi si legano.
Si può anche ricordare, che nell’antichità spessissimo si considerò il Re come il vero artefice della vittoria o della disfatta del suo popolo. Inoltre, sino a tempi abbastanza recenti, i soldati ed i capi non combattevano per la “patria”, la “nazione” ed il restante bagaglio della moderna ideologia plebea, ma per il loro Re. E tradizioni speciali di riti, fin nella romanità pagana, ci dicono che prima di ogni vittoria militare, bisognava propiziare una vittoria mistica, nella quale, appunto, la persona sacra dei Capi aveva una parte essenziale: molto chiaro e suggestivo, a questo proposito, è il memorabile detto di Tacito, sull’ esser dovute le vittorie delle legioni non tanto all’abilità ed al valore dei combattenti, quanto alla forza operante della “imperatoria virtus”; intendendosi con questo termine il temibile e mistico potere assunto dai Cesari all’atto della consacrazione. Ma tutto ciò che cosa è oggi se non curiosità archeologica? A questo titolo dunque la prendano coloro che non possono capirne di più.

   Federico I Barbarossa

                   Aquila

              Federico II

Dalla Rivista “La Torre” a cura di J. Evola – anno 1930 n. 6
Aggiunte in corsivo a cura di Viator

2 Comments

  1. Dario Moscarelli
    Dario MoscarelliRispondi
    25 novembre 2018 alle 16:11

    Per primo, suggerirei di non fare una netta distinzione tra filosofia e religione. I filosofi precristiani non facevano questa distinzione, e neppure in India.

    • Rocco
      RoccoRispondi
      3 dicembre 2018 alle 23:28

      Ritengo la distinzione necessaria dato che il termine filosofia oggi non ha nulla a che fare con quello che significava per gli antichi.

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