I Profumi di Roma

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I Profumi di Roma

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L’etimologia della parola latina per-fumus “attraverso il fumo”, già ci lascia intuire la potenza magica ed emotiva legata a queste sostanze. Come il genio della lampada di Aladino è capace di creare armonia musicali e di suggestionare l’anima, così il profumo nelle cerimonie religiose ci avvicina al sacro è può essere di sollievo nella guarigione dei turbamenti dell’anima.
Chi di noi non ha provato a rivivere per un attimo il fascino d’una donna o di un uomo a cui siamo o eravamo legati, nel percepire, anche lievemente l’alito di una fragranza uscita chi sa da dove? Persone, città, case, ambienti d’ogni epoca, sono accompagnati da aeree fragranze, più o meno gradevoli; non è difficile ritrovarle collegate con il pensiero di avvenimenti o luoghi lontani, momenti passati che ritenevamo persi tra i più reconditi meandri della nostra memoria.
L’amore per la mia Città adottiva spesse volte mi prende per mano e magicamente mi accompagna, tra eleganti piazze e vicoli, su fantastici ponti adornati da statue a filare, tra luminose lanterne che sembrano carezzare d’un giallo vellutato muri e selciati, tra un velato trionfo degli “euodìa”, ovvero degli odori buoni strumento di ricerca del divino, presentandosi, infine, nelle vesti di un’ inconfondibile bella Signora.
Come si può sfuggire all’idea di ritrovarsi indietro nel tempo a passeggio per le vie dell’Urbe, tra le imperiali e possenti architetture, tra candidi marmi di travertino, graniti rosati o porfidi rossi che si alzano maestosi con magnificenza, tra templi, torri e ville patrizie, strade e agorà?
Quali profumi, allora, si potevano percepire andando in giro per i Mercati di Traiano o per il Foro?
Bisogna dare una mano alle ali del tempo per ritrovarsi duemila anni fa a curiosare per le strade di Roma, una città famosa per la sua mitologia e le sue gesta, per i fregi nel tempio di Giove al Campidoglio, immersa tra i colli del Quirinale, del Viminale, del Palatino, dell’Aventino, dell’Esquilino, brulicante di vita e acquietata solo dal buio e che si addormenta con vive torce o con i lumicini di annerite lanterne ad olio, aspettando il risveglio con l’alba.
In autunno, non è molto agevole camminare sulle “crepidines”, i marciapiedi, che delimitano strade nere e lucenti di pietra lavica. Su quelle stesse vie sono visibili i solchi impressi dalle ruote di pesanti carri, che trasportano merce di qualsiasi tipo, mossi dagli animali da tiro che lasciano alle spalle un intenso odore di stallatico.
Lo sguardo attento sul percorso che si intende seguire è d’obbligo; non è difficile inciampare o finire in una pozza di fango o bagnarsi anche calzando i calcei. Quanti legionari, preceduti da un duce su di un bianco destriero con al seguito possenti carri da guerra e accompagnati dal rumore delle armi o dal vettovagliamento, vedo percorrere queste vie non lontane dall’Anfiteatro Flavio; chissà, si potrebbe intuire, possano essere truppe che tornano da una campagna militare; sento dal vociare stanco ma fiero, dal loro schiamazzare, dai loro intensi sudori e dal fumo che impregna la loro pelle e gli indumenti di lana indossati, che potrebbero aver sostenuto combattimenti d’una Campagna vittoriosa.
Mi accingo ad entrare in una domus patrizia: una casa con pareti ricche di affreschi, un primo piano con poche finestre che si affacciano per motivi di sicurezza in alto alle pareti perimetrali; all’ interno, le porte, confluiscono in un patio al cui centro, una elegante fontana spumeggiante d’acqua, richiama, la visione di un raffinato calice. Ai lati dello stesso cortile fanno bella mostra odorosi cespugli di rosmarino che si alternano con verdi piante di rosa canina. Ogni stanza, secondo gli usi, possiede semplici ma utili arredamenti: triclini, massicci tavoli in legno, letti, mensole sulle quali si possono ammirare delicate suppellettili con pettini in legno o di osso, fibule per vestiti e spille per capelli, specchi in metallo tirati a lucido per riflettere al meglio la propria immagine insieme con svariati trucchi, creme profumate ed essenze d’agrumi di bergamotto della padrona di casa e delle ancelle.
La “Naturalis Historia”*, al riguardo, è una vera fonte di notizie; le matrone romane più ricche possono permettersi l’acquisto di preparazioni di oli profumati come quello di cedro, che Plinio classifica con il nome di “mela assira”, unguenti e perfino un fondo tinta preparato a base di miele mescolato a sostanze grasse, colorato al bisogno, con feccia di vino o d’ocra rosso; il tutto, reperibile presso il vicus Unguentarius al Velabro.
Nell’antica Roma imperiale, mito e culto della bellezza trovano una sintesi. Gli odori così detti “buoni” sono uno strumento per la ricerca del divino. Nei convivii delle case aristocratiche ogni salone si impregna di essenze preziose che danno quella particolare magia, adatta ai vari ambienti.
L’essenza, per spremitura o per macerazione (con petali o cortecce) è ottenuta per immersione in acqua calda, in vino, in aceto o per preparazioni più cremose, in olio d’oliva o grassi animali. Una base oleosa costituita dall’olio di oliva dava “l’onfacio”, un succo d’uva acidulo prepara “l’agresto”; l’essenza di petali di rosa è chiamata “rhodium”; i romani prediligono essenze dolci, delicatamente aromatiche o floreali.
Dall’elegante ed ovattata domus patrizia, percorrendo poche centinaia di metri, tra statue e colonne, tra muri più o meno graffiati, tra un andare e venire di commercianti o personaggi di più rispetto, si possono raggiungere le strade animate della Città, la più grande del mondo con più di un milione di abitanti, (numero di abitanti, che solo Londra dopo mille e cinquecento anni riuscì a superare!), tra botteghe e case popolari, tra i famosi quartieri delle così dette insulae, formate da veri e propri palazzetti costituiti da appartamenti, dalle cui cucine poste al piano terra si sprigionano intensi odori di minestre con farro, cipolle e sedano; un turbinio di persone che si danno da fare, liberti, addetti ai lavori per il rifacimento e la pulizia delle strade, bambini dediti al gioco, togati presi da animate discussioni sull’uscio di un Foro.
Ogni edificio, sembra emanare nella propria struttura molteplici sensazioni olfattive: are che sprigionano le sublimazioni degli incensi, comignoli che fanno respirare il piacevole odore di legna bruciata di un caldo focolare domestico, bancarelle arricchite da vivaci colori dei prodotti orto-frutticoli, altre con carni macellate, osterie con grandi orci d’argilla contenenti vino od olio, forni con le dolci fragranze del frumento.
Il mondo dei nostri avi deve essere rappresentato, utilmente per cronaca, anche con gli odori che in alcuni angoli delle strade possono essere più intensi perché mancano di fognature; i bagni nelle case private sono un lusso. Ma anche con questi dati l’aspetto sociale non è trascurato: non a caso si ricordano i “vespasiani” nelle pubbliche vie, mentre la cura e il lavaggio del corpo avveniva nei bagni pubblici e alle Terme.
Con la decadenza dell’Impero e la nuova morale imposta dal cristianesimo, l’arte del profumo ha fatto registrare una rapida dimenticanza, proprio tra i molti abitanti di quelle vie di Roma descritte, dove il profumo ha rappresentato un elemento essenziale della vita umana sia con le rose cosparse in petali ai piedi delle divinità, al passaggio delle personalità o dei venerabili di massimo rispetto come il Pontifex, sia con l’effusione dei fumi del fragrante benzoino, della cristallina e aromatica canfora, dell’incenso, del galbano, del ladano, del cinnamomo o della cassia; tutte resine, queste, richieste nella medicina, per igienizzare, per profumare le grandi sale ed in genere ambienti chiusi, per dare un maggiore sentore di freschezza e pulizia.
È doveroso accennare che a Roma, già dal primo secolo a.C., Augusto per incrementare il commercio delle spezie con l’India ha fatto costruire navi di maggiore stazza, inviando in Oriente in missione suo nipote Gaio Cesare, famoso per essere stato il primo romano a raccogliere informazioni sull’albero dell’incenso**.
Se i documenti più antichi sulla profumeria risalgono agli Egizi, i cui sacerdoti custodivano le formule per l’imbalsamazione dei corpi tramite bende con oli aromatizzati, ai Romani va il geniale tributo apportato con l’utilizzo di raffinate ampolle di vetro soffiato e colorato, per meglio conservare ed apprezzare le particolari fragranze profumate che le contengono, di cui ancora continuiamo a godere.

Lupus

*Da “Roma e la via delle spezie” di J. Innes Miller, Einaudi
**una vera enciclopedia composta da 37 libri di Plinio il Vecchio.

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