Il cielo e il tempo, religione, mitologia, tra alcune popolazioni boreali

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Quante volte abbiamo sentito dire la nota frase “Carpe diem” tratta da un carmen del primo libro del poeta latino Orazio, che letteralmente significa “afferra il giorno”; Orazio, in quel componimento poetico, rivolgendosi ad una leggiadra fanciulla che vuole conoscere il proprio futuro, le dice: non affannarti nella ricerca di risposte sul domani, accetta il tuo destino e vivilo giorno dopo giorno come se fosse l’ultimo. È difficile pensare che l’uomo moderno con le sue infinite corse possa conservare la preziosità dell’attimo fuggente senza affannarsi per il futuro. L’uomo pensa al tempo a come misurarlo e magari, asseconda delle convenienze, a come fermarlo o accelerarlo; … quello, effimero, quasi senza farsi accorgere, in una volata, accompagna la sua vita terrena.
Perché la misurazione di questa entità astratta? Spesso per motivi economici, scientifici e religiosi senza contare poi l’interesse ed il pensiero dei grandi filosofi al riguardo; solo per citarne qualcuno tra i primi, Pitagora che diceva “Il tempo è la sfera che abbraccia tutto (Continuum ciclico)”, Seneca: “Il tempo è un bene prezioso che spesso non è valorizzato”, o Plotino che affermava: “Il tempo è un’espressione dell’anima”.
Ci si potrebbe intrattenere tantissimo di più sulla visione filosofica del tempo, ma qui di seguito voglio continuare, ricordando brevemente, come il tempo è stato suddiviso tra alcune antiche popolazioni boreali ovvero originarie del nord dell’equatore, come quella degli Indiani d’America, dei Latini, dei Celti, con il proposito di stuzzicare l’interesse del lettore per temi, qualche volta, poco o male considerati, dando l’opportunità, per chi lo volesse, di poter trovare delle affinità su come il tempo veniva cadenzato e gestito tra quelle Genti.
La moderna scienza oggi ci indica che l’anno solare è il periodo di tempo che ha una durata di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi.
Un problema che nell’antichità si è dovuto affrontare è stato quello fra anno solare ed anno civile, dovuto al fatto che il secondo è di 366 giorni e non può essere uguale esattamente all’anno solare.
Volendo avere come riferimento l’emisfero boreale, possiamo iniziare il nostro breve excursus facendo cenno agli Indiani del nord America, chiamati Indiani da Cristoforo Colombo e Pellirosse da Giovanni Caboto che li incontrarono, nei rispettivi viaggi con la pelle tinta d’ocra rossa, per le cerimonie a cui dovevano partecipare.
Quegli Indigeni, orgogliosamente e giustamente si definiscono “i veri americani”, appartengono fisicamente alla razza mongolica; la storia della loro civiltà parte dal momento in cui, oltre 40.000 anni fa, in due successive ondate, alcune popolazioni dell’Asia attraversarono lo stretto di Bering (oggi sommerso dall’Oceano) e discesero nel continente Americano occupandolo dall’Alaska fino alla Terra del Fuoco.
Per gli Indiani tutti i fenomeni che non possono essere spiegati con l’esperienza quotidiana o con sue dirette applicazioni rientrano nella sfera del soprannaturale; l’origine del mondo e delle sue varie forme, i mutamenti cui è soggetta la natura come ad esempio, i moti periodici degli astri, i pericoli improvvisi, la malattia e la morte rappresentano la manifestazione di una entità soprannaturale.
Molte tribù indiane, ebbero come primo calendario una corazza di tartaruga, che portava impressi i tredici mesi lunari dell’anno all’interno di una cornice che costituiva il Cerchio Sacro, o Ruota della medicina. Le meditazioni a cui riuscivano a dare una cadenza quotidiana si basano sul ciclo della fertilità umana, femminile e maschile, con una durata di 28 giorni e che moltiplicato per le tredici lune dell’anno, componevano quest’ultimo di 364 giorni. Si sa per certo, inoltre, che alcune altre tribù degli indiani d’America, prima dell’arrivo degli europei si servivano delle fasi della luna per contare i mesi; tra quelle tribù, i primi calendari si componevano con bastoncini sui quali erano incisi dei tagli con cui si contavano i giorni bui dell’inverno. La maggior parte delle tribù dividevano l’anno in mesi lunari, ai quali venivano dati nomi di avvenimenti significativi magari religiosi. Alcune tribù poi dividevano l’anno in 12 mesi lunari. Quando c’era un anno con 13 lune, la luna in più era inclusa in uno dei mesi invernali. Il nuovo anno cominciava quando queste stelle raggiungevano il loro Zenith nel cielo del Nord, di solito alla fine di gennaio. La prima luna che seguiva segnava il nuovo anno.
Tra le tribù indiane, a volte, si son potute riscontrare storie differenti da raccontare per classificare i mesi dell’anno; la tribù dei Chippewa, ad esempio, poeticamente descriveva così i propri i mesi:

Gennaio:   Manito Geezis = Spirito della Luna
Febbraio:   Mukwa Geezis = Luna dell’Orso
Marzo:  Onabidin Geezis = Luna di Crosta di Neve
Aprile:   Popagame Geezis = Luna della racchetta di neve rotta
Maggio:   Ninehine Geezis = Luna del Scker (sanguisuga)
Giugno:   Wabigonee Geezis = Luna della Fioritura
Luglio:   Meen Geezis = Luna delle Bacche
Agosto:   Menomini Geezis = Luna del Grano
Settembre:   Waboboga Geezis = Luna delle Foglie che cambiano il colore
Ottobre:   Binakwee Geezis = Luna della caduta delle Foglie
Novembre:   Bashkakodin Geezis = Luna della pioggia che scioglie il Ghiaccio
Dicembre:   Manito Geesohns = Luna del Piccolo Spirito.

Dagli accenni fatti è già facile capire come per questo popolo natura è quasi un sinonimo di vita, e per questo è sacra in tutte le sue forme, amiche od ostili, ed il suo culto è espressione della loro gratitudine nonché di una grande fantasia e sensibilità poetica.
La manifestazione di una entità spirituale, negli Indiani, si concretizza in diverse forme animali con aquile, orsi, lupi, volpi, o alberi ed astri, e in qualche caso non viene identificata materialmente ma venerata secondo una visione panteistica del mondo, con l’unico Grande Spirito che è parte di ogni cosa. L’uomo può comunicare col soprannaturale mediante le visioni e i sogni, i cui protagonisti sono lo sciamano e il sacerdote, a volte incarnate dalla stessa persona. La conoscenza del cielo con gli astri e dell’origine, è tra le prerogative dello sciamano, il quale indica la correlazione tra i moti del sole e l’alternarsi delle stagioni, e cerca di interpretare i movimenti della luna nonché il sorgere ed il tramontare di alcune stelle luminose come il Sole o la sacra Stella del Mattino: Venere.
Ritengo sia giusto sottolineare come fu postumo, l’interessamento dell’Europa per la scoperta della nuova rotta per le Indie (1492), quando cioè, il fascino dell’avventura incentivato dal prezioso metallo giallo e dalle pellicce di pregio, fecero risaltare l’ingordigia economica e le vanità del vecchio continente che aumentò un impari baratto con gli indiani. Anche la proprietà fu un principio che sfuggì completamente all’indiano, che non riuscì mai a comprendere come si potesse pretendere di acquistare alberi, praterie, fiumi, laghi o altro. Alla iniziale generosità indiana, i bianchi, … popolo eletto da Dio, risposero con avidità e maltrattamenti di ogni tipo, e non si fecero alcuno scrupolo poiché gli indigeni erano considerati selvaggi e barbari.
Lo sterminio delle popolazioni degli indiani, prevalentemente pacifiche, fu portato a termine soprattutto dagli eserciti americani e inglesi che pur di espandersi all’interno del Nord America cacciarono ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo massacri d’ogni tipo senza risparmiare donne e bambini; un vero olocausto! i pellerossa vennero letteralmente annientati attraverso uno spietato genocidio.
Oggi gli indiani non formano più una nazione e sono stati defraudati di una cultura e perciò di una civiltà. Una parte di essi si è integrata completamente nella civiltà bianca, mentre un’altra parte vive in alcune centinaia di riserve in “territorio statunitense o canadese”. — Dicevate di noi, Indiani d’America, di un popolo senza leggi, ma eravamo in ottimi rapporti con il Grande Spirito, Creatore e Signore del tutto. Ci giudicavate dei selvaggi. Non capivate le nostre preghiere; né cercavate di capirle. Quando cantiamo le nostre lodi al Sole, alla Luna o al Vento, ci trattate da idolatri. Senza capire ci avete condannati come anime perse solo perché la nostra religione è diversa dalla vostra — (Capo indiano del XIX secolo).

Presso i popoli latini, il calendario (calendarium) era il libro dei crediti, i cui interessi scadevano il primo giorno del mese appunto calende. Ed anche in seguito il primo giorno (calende) di ogni mese, oltre alla scadenza dei debiti, era il giorno in cui il pontefice annunciava i giorni festivi ricorrenti nel nuovo mese; più tardi, la parola calendarium ebbe a indicare, più in generale, le regole di divisione del tempo.
Per i Romani, sino dai tempi di Romolo, nel primo periodo (classificabile al VIII secolo a.C.), l’anno civile sembra fosse composto di 304 giorni, divisi in 10 mesi, dei quali sei di trenta giorni e quattro di trentuno, detto anche calendario romuleo. I nomi dei mesi erano quelli attuali, ad eccezione di gennaio e di febbraio, che non esistevano, poiché l’anno veniva fatto iniziare a marzo. Il mese di luglio che veniva chiamato Quintilis, cioè “quinto mese” fu cambiato in Julius successivamente, dal Tribuno Marco Antonio, in onore di Giulio Cesare, nato in quel mese. Così anche il mese di agosto, inizialmente non si chiamava così ma Sextilis, cioè “sesto mese”. Fu Cesare Augusto che successivamente ne cambiò il nome in Augustus e tanto, poichè egli aveva riportato tre vittorie mettendo fine alle guerre civili. È chiaro il perché i mesi successivi a settembre sono riportati con: ottobre, novembre, dicembre.
Un’ipotesi di spiegazione dell’esistenza, in quell’epoca, di un calendario di dieci mesi, fu data nel 1903 da uno studioso di nome Ban Gangdhas Tilak1. Filosofo e matematico indiano, dimostrò, in un saggio dal titolo “La dimora artica dei Veda”, come fosse possibile che gli antichi Romani avessero ereditato quel calendario da una popolazione indoeuropea abitante qualche zona imprecisata del Polo Nord quando ancora il clima in quella zona era temperato. I due mesi in meno sarebbero in relazione col periodo, durante l’anno di mancanza totale o quasi di luce solare che caratterizzano le terre attorno il Polo. Quando questo popolo migrò a Sud, come conseguenza del cambiamento di clima, dovette mutare il calendario, per adeguarlo alle stagioni caratterizzanti il continente europeo, dove anche i mesi più invernali non sono di notte completa; così avrebbero fatto anche i Romani, in un primo tempo aggiungendo ai dieci mesi i giorni mancanti per completare l’anno solare, ed in seguito creando due veri e propri nuovi mesi. I mesi di gennaio e febbraio furono aggiunti da Numa Pompilio, secondo re di Roma, che avrebbe così portato l’anno a 355 giorni (equivalente all’incirca ad un periodo di 12 mesi lunari, detto anche anno lunare che è di 354 giorni, 8 ore, 48 minuti e 26 secondi). Giulio Cesare, nel 46 a.C., procedette ad una nuova riforma, dietro suggerimento, forse, dell’astronomo alessandrino Sosigene2.
Dopo aver assegnato la durata di 445 giorni all’anno 708 di Roma (46 a.C.), che definì: ultimus annus confusionis, stabilì che la durata dell’anno sarebbe stata di 365 giorni e che ogni quattro anni si sarebbe dovuto intercalare un giorno complementare. L’anno di 366 giorni fu detto bisestile, perché quel giorno complementare doveva cadere sei giorni prima delle calende di marzo. Con la riforma di Giulio Cesare, che stabilì così la regola del calendario giuliano, l’anno restò diviso in 12 mesi, della durata alternativamente di, 31 e 30 giorni, con la sola eccezione di febbraio, che era destinato ad avere 29 giorni oppure 30 (negli anni bisestili). Inoltre gennaio e febbraio diventarono i primi mesi dell’anno, anziché gli ultimi, com’era stato dai tempi di Numa Pompilio fino ad allora. Il calendario da lunisolare divenne in questo modo solare, simile a quello degli Egizi, il quale aveva una durata di 365 giorni, divisi in 12 mesi di trenta giorni più 5 giorni complementari.
Per quanto riguarda poi la datazione, i giorni erano stabiliti in rapporto altre date fisse: Kalendae (1°), Nonae (5° o 7°), Idus (13° o 15°). Purtroppo, già nel 44 a.C., subito dopo la morte di Cesare, si iniziò a commettere errori, inserendo un anno bisestile ogni tre anziché ogni quattro anni, ma a ciò si pose rimedio, quando Augusto, si ritiene verso l’8 a.C., ordinò che fossero omessi i successivi tre anni bisestili, rimettendo a posto le cose. In quello stesso periodo il Senato decise di dare il nome Augustus al mese di Sextilis, in onore dell’imperatore; non limitandosi a ciò, stabilì anche che questo mese dovesse avere lo stesso numero di giorni del mese che onorava la memoria di Giulio Cesare, ossia Julius.
Fu così che fu tolto un giorno a febbraio che scese a 28 (29 negli anni bisestili), per darlo ad agosto, mentre fu cambiato il numero dei giorni degli ultimi quattro mesi dell’anno, per evitare che ciò fossero tre mesi consecutivi con trentuno giorni. In definitiva, da una situazione di mesi alterni di 31 e 30 giorni si passò alla situazione attualmente in uso.
Per gli anni nel Medioevo, gli anni si iniziarono a calcolare ab urbe condita cioè dalla fondazione di Roma, 753 a. C. Nel 537 d. C. una legge giustinianea, introdusse l’anno di principato (imperatore o sovrano). L’anno di pontificato entrò nell’uso con Adriano I (781) per finire con la datazione più diffusa cioè quella dell’era cristiana: post Cristum natum.

L’origine del popolo dei Celti, il cui nome in latino deriva dalla menzione in lingua greca (Keltòi) dello storico greco Erodoto sul suo libro (Storie, II, 33, 3), è indoeuropea e la loro area geografica di residenza è l’Europa centrale, estendendosi successivamente nelle Isole Britanniche dove con i secoli si marginalizzò e nella penisola Iberica; una loro prima identificazione è stata datata dagli scienziati intorno al 3.500 a. C. nella zona baltica dello Jutland in Scandinavia.
Si hanno poche testimonianze dell’esistenza del calendario celtico. Il più importante reperto che riproduce il calendario è stato ritrovato nel 1897 nel sud della Francia a Coligny. E’ un calendario estremamente preciso, ed all’epoca era indubbiamente più preciso del calendario Giuliano in uso presso i Romani, in quanto addirittura riusciva a compensare il moto terrestre di precessione (l’inclinazione dell’asse terrestre non è fissa, ma ruota su se stessa come una trottola che perde velocità). Tale compensazione è possibile in quanto il calcolo della durata dell’anno è basata sulla levata eliaca di alcune stelle. Della originaria tavola di bronzo incisa sono rimasti pochi frammenti: Un lavoro di ricostruzione ha permesso di iniziare lo studio di questo calendario, la cui importanza risiede anche nel fatto che questa tavola è una rarissima testimonianza scritta della lingua e delle conoscenze di un popolo che aveva l’abitudine di tramandarle oralmente.
Al Palais des Arts di Lione, si conserva la tavola di bronzo che rappresenta il calendario di Coligny risalente al II secolo d.C.,e molti studiosi3 sono concordi nel ritenere che su quella tavola sia stato riprodotto un calendario già in uso in Gallia alcuni secoli prima. La luna che i Druidi (popolazione di origine celtica) descrivevano come solcata da oceani, era per i Celti la lancetta del grande orologio celeste e determinava a parere di Plinio il Vecchio, l’inizio del mese, dell’anno e del secolo (trentennale). Come riferiva Cesare, non calcolavano il tempo contando i giorni partendo dall’alba, ma le notti, a partire dal tramonto e al sesto giorno della luna (1° quarto), che segna per i Celti gli inizi dei mesi, degli anni, dei secoli, che durano trenta anni4.
Il Calendario celtico, riporta i nomi di 62 mesi lunari, più 2 aggiuntivi, in un complesso sistema di raccordo fra ciclo del sole e quello della luna, che coincidono appunto ogni trenta anni. Ad un mese di trenta giornate, mezza in più del mese lunare, ritenuto tradizionalmente buono (Mat) ne seguiva sempre uno di 29, mezza in meno, infausto (Anmat). Poiché la lunazione è esattamente di 29.5 giorni, i Druidi (alcune leggende dicono che siano stati gli sciamani elfici ad insegnar loro i corretti teoremi matematici per calcolare esattamente il moto delle lune e delle stelle e stabilire perciò un valido calendario) pensarono bene di assegnare ad un mese ogni due un giorno in più, in modo tale che i conti astronomici tornassero. Interessante l’indicazione dell’ultimo giorno, dyddion, cioè senza valore, soggetto a prescrizioni e divieti vivi ancor oggi nella tradizione nordica. L’originalità è che riproduce ben 5 anni lunari: il 2°, 4°, e quinto sono di 355 giorni ciascuno, mentre il 1° e il 3° sono di 385 giorni. Gli anni sono formati da 12 mesi alternativamente di 30 e 29 giorni:

01. samonios — semi (fine dell’estate) — 30
02. dumannios — oscurità — 29
03. riuros — gelo — 30
04. anagantios — casa  — 29
05. ogronios — freddo  — 30
06. cutios  — vento  — 29
07. giamonios  — (fine dell’inverno)  — 30
08. simivisonnios — (metà primavera) — 29
09. equos  — cavalli  — 30
10. elembiuios  — molti steccati  — 29
11. edrinios  — caldo — 30
12. cantlos — canti  — 29

Inoltre, all’inizio e dopo 2 anni e sei mesi lunari sono introdotti 2 mesi (di 30 giorni) supplementari, detti intercalari, che dovevano servire per accordare il tempo solare con quello lunare. I nomi dei mesi e i giorni sono scritti con lettere romane. Ogni mese è suddiviso in due quindicine che identificano il periodo di luce con la luna piena e quello di buio con la luna nuova. Ogni 30 anni (la durata del secolo celtico) il calendario lunare combacia perfettamente con quello solare semplicemente aggiungendo, come facevano i Druidi, un ulteriore mese lunare correttivo.
Le uniche altre due civiltà che utilizzano secoli trentennali sono curiosamente i Veda (India) e i Vaida (Tibet).

Lupus

           Calendario celtico

       Cieli planetari e stelle fisse

                         Zodiaco

1 B. G. Tilak, fu descritto dagli inglesi “Padre della rivolta indiana”. Nato il 23 luglio 1856, le sue idee rivoluzionarie gli fecero conoscere il carcere. Approfondì la sua ricerca sui Veda e sugli studi Sanscriti, appassionato nelle materie scientifiche e matematiche. Morì il 1° agosto 1920. Il suo popolo lo aveva soprannominato “leone dell’India”. Fondò scuole, pubblicò giornali e fu, prima di Gandhi, antesignano nella lotta per la liberazione dell’India.
2 Sosigene di Alessandria, astronomo greco del I secolo a.C. e Plinio il Vecchio ci riferisce di lui nella Naturalis Historia; sembrerebbe che Giulio Cesare si fosse rivolto a Sosigene per l’elaborazione del calendario giuliano, introducendo l’anno bisestile.
3 I riferimenti sul Calendario di Coligny sono tratti in parte dall’articolo di Adriano Gaspani (che si occupa di archeoastronomia e lavora presso l’Osservatorio di Brera, Milano) pubblicato sul n. 181 de “l’Astronomia” del novembre 1997 .
4 Plinio il Vecchio, De Naturalis Historia, libro XVI.

Bibliografia:
J. Cornell: I primi osservatori;
Hamilton A. Tyler: L’Alce Sacro: i miti della natura degli Indiani Pueblo. Ed. Rusconi;
R. Erroes – A. Ortiz: Miti e leggende degli Indiani d’America Ed. Mondatori;
Robert H. Lowie: Gli indiani delle pianure. Ed . Il Saggiatore.

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