Arte e modernità

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Oggi lo scrivere nasce da un eccesso di egoismo ed ignoranza. La scomparsa del concetto di “autorictas”, dello scrittore come vate, come saggio, portatore di verità profonde da comunicare agli “altri” è da collegarsi all’incontenibile proliferare di parolai (non certo artisti ma essi non hanno la dignità di essere appellati nemmeno come scrittori o artigiani di parole).
Lo stesso Baudelaire si lamentava della perdita della centralità dello scrittore, più in generale dell’intellettuale, all’interno della società; pensiero che attraverserà tutto l’800, figlio della rivoluzione del 1789 che imporrà al mondo lo scandalo della democrazia e l’ascesa della borghesia, indissolubilmente legate l’una all’altra. Con l’affermarsi e l’emergere di queste due realtà appartenenti all’età illuministica e delle relative idee di produttività, mercificazione, guadagno vien meno ogni afflato divino sopravvissuto alla procella materialista e sensista del ‘700.
A nulla servirà l’ultimo baluardo rappresentato nel XIX sec. dal romanticismo che tenterà una riscoperta dello spirituale, un divino che effettivamente si manifesterà in questo periodo in ogni campo artistico, dalla poesia alla musica all’arte figurativa. Lo stesso neoclassicismo agogna un ritorno allo spirito, a tempi che non sono più, pervaso da un sentimento di nostalgiche età dell’oro ma con la consapevolezza che esse non potranno più tornare. E tanto la sconfitta della spiritualità romantica che la consapevolezza di un impossibile ritorno ad antichi fasti trovano la loro causa nell’ascesa della borghesia e nella sua mentalità prettamente scientifica nonché dedita al guadagno materiale.

E se nel XIX sec. lo spirituale non si è potuto infondere fino in fondo alle anime, spargersi come nebbia tra la gente,

la causa è proprio nella scienza e in quella filosofia positivista che si contrapponeva ad ogni barlume di divinità che si accendeva negli uomini.

Con gli inganni e le promesse della scienza, di un illusorio progresso materiale portatore di benessere e felicità, la borghesia ha ingannato se stessa. Ed è in questo scenario, con il progressivo affermarsi della borghesia, della logica mercantile, della scienza volta ad un evoluzione solo materiale, dell’illusione democratica che vien meno il ruolo dell’artista.
Non è più il privilegiato annunciatore di sottili verità, di saggezze che lui solo può rivelare grazie ad una superiore sensibilità, egli è diventato ora solo merce, le sue opere sono prodotti da vendere all’interno del circuito mercantile. La grandezza dell’artista non è più in ciò che egli comunica, nella verità delle sue idee piuttosto nella mercificazione della sua opera, cioè nel guadagno che da essa se ne può trarre. L’artista più importante è colui che vende di più, poco importa se egli non comunichi niente. Allora se scompare il ruolo centrale esercitato dall’artista e dall’intellettuale, se ciò che conta è solo il guadagno e non le idee che si esprimono o il valore intrinseco della propria creazione, allora ecco che tutti possono scrivere. In questo livellamento della cultura, della conoscenza il niente può apparire tutto.
E chi più di Baudelaire è il portavoce di questa situazione? Nella società di massa il poeta è un “esule in terra”, l’artista non è più di un saltimbanco, di una prostituta, di un debosciato pronto a vendere la sua merce o disposto ad estraniarsi dalla logica mercantile, dunque condannabile. Basterebbe leggere “L’albatro” (ne “I Fiori del male”) e “Perdita d’aureola” (“Lo Spleen di Parigi”) per comprendere la situazione dell’intellettuale all’interno della nuova società borghese e che pone le basi della totale marginalità dell’arte nei secoli successivi.
Nella nuova situazione storica ecco nascere anche un nuovo tipo di cultura, un’arte di massa rivolta al pubblico borghese che si sviluppa parallelamente alla rivoluzione industriale. Essa deve soddisfare i gusti di una classe operaia non abituata alla vera arte, per tanto deve avere i connotati dell’immediatezza, della semplicità, della banalità, deve distrarre, si cerca l’evasione nell’arte mentre ogni partecipazione attiva viene rifiutata ed abbandonata. L’arte diviene un prodotto di serie, si trasforma in oggetto, in merce, perde la sua aurea, viene prodotta dalla macchina non è più creazione. L’appiattimento della cultura trova terreno fertile tra la massa, nella società industrializzata, in un mondo dominato dagli idoli della scienza, del denaro, della fabbrica l’arte diviene un inutile passatempo per inetti e perdigiorno, essa viene valutata positivamente solo allorquando e nella misura in cui porta guadagno (ma si tratta in questo caso, il più delle volte, di un simulacro, un surrogato della vera arte).
Clement Greenberg in un saggio del 1939 (Avanguardia e Kitsch) darà a questo tipo di arte e letteratura popolare e commerciale il nome di Kitsch. “Il Kitsch è un prodotto della rivoluzione industriale, che nell’Europa occidentale e in America ha urbanizzato le masse e ha instaurato quello che si chiama l’alfabetismo universale“;, ossia a quel fenomeno a cui oggi noi diamo il nome di globalizzazione (in realtà il kitsch, o meglio la cultura di massa, si diffonde per effetto della globalizzazione ma allo stesso tempo ne è anche la causa). Oggi il mondo è molto più piccolo rispetto a mille anni fa od anche solamente a qualche secolo orsono, nascondiamo a noi stessi il mistero e la meraviglia.
L’uomo moderno ha rarefatto la capacità di stupirsi, fin quasi a farla svanire dal suo essere, quella capacità che è alla basa della filosofia, dell’arte, della letteratura, che rende grande l’uomo spingendolo ad una ricerca ininterrotta, mai pago delle sue conoscenze. È la “curiositas” classica ciò che è venuto meno, l’Odisseo che vive in ognuno, l’unica conoscenza che si dà e si ricerca è quella scientifica ma essa può dare, per quanto grande ed importante essa sia, solo un progresso materiale. La materia oggi è tutto. La merce, il denaro, gli oggetti.
Abbiamo celato dietro ad alte barriere il divino e lo spirituale ma senza di esse non vi può essere arte alcuna in qualsiasi forma si manifesti: poesia, musica, pittura, scultura dacché l’arte è precipuamente una “sostanzializzazione” della propria interiorità. La scienza, l’industria, la modernità, la globalizzazione che ha imposto a tutti dei modelli predefiniti ha reso il mondo estremamente più povero ed è questa la grande illusione, il grande inganno.
Noi ci crediamo molto più ricchi e felici rispetto al passato, più fortunati mentre in realtà non è così. La nostra è una ricchezza solo materiale, fatta da beni di consumo e come tale è sterile, vacua. L’arte nasce dal confronto, dalla diversità, dalla contemplazione, come già detto dal divino, dal mistero, dalla meraviglia ma la società industrializzata ha distrutto tutto ciò, ha rimpicciolito a dismisura il mondo portando via l’attesa di terre sconosciute e popoli primitivi, le forme ed i colori di animali rari e spezie profumate, i segreti e i ricordi dell’artigianato e delle conoscenze antiche. Come scrive Greenberg (op. cit.) “Il kitsch non è rimasto confinato nelle città in cui è nato, ma si è allargato a tutto il paese, spazzando via il folklore. Né ha mostrato di rispettare i confini geografici o quelli delle varie culture nazionali. Come gli altri prodotti di massa dell’industria occidentale ha fatto trionfalmente il giro del mondo, ponendo in disparte e deturpando le culture locali in una colonia dopo l’altra, cosicché ora sta per diventare una cultura universale“. Oggi siamo sommersi dal kitsch, l’unica arte che si dà è quella di massa, un’ “arte” che richiede spettatori passivi, un’arte che non vuole e non ricerca impegno alcuno ma che al contrario è pura evasione, semplice intrattenimento.
Le opere di valore non vengono colte o recepite in quanto prive di mercato o una volta immesse nel circuito del compra-vendita non emergono perché sommerse da sottoprodotti tra i quali è difficile imporsi e districarsi, da una parte appunto per l’alto numero di sottoprodotti presenti nel mercato, dall’altra parte a causa dei gusti di un pubblico non più educato ad un certo tipo di arte ma assuefatto e condizionato dalle proposte della sottocultura di massa.

LUCETIUS

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